ADA NEGRI fra 800 e 900

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ADA NEGRI fra 800 e 900

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:03 pm




Nacque a Lodi nel 1870 da una famiglia molto povera, la madre Vittoria Cornalba faceva la filandaia, mentre il padre Giuseppe il manovale.
Trascorre l'infanzia nella portineria del palazzo Cingia-Barni dove la nonna Peppina Panni lavorava come custode e governante del famoso soprano milanese Giuditta Grisi, moglie del conte Barni. Ada passava quindi il tempo osservando il passaggio delle persone come descritto nel romanzo autobiografico Stella Mattutina (1912).
Ad appena un anno dalla sua nascita Ada rimase orfana del padre ma, grazie ai sacrifici della madre, potè frequentare nel 1881 la Scuola Normale femminile di Lodi ed ottenere il diploma di insegnante elementare.
Nel 1888 iniziò la professione di insegnante nella scuola elementare Motta Visconti, di Pavia, alternando all'insegnamento, l'attività di giornalista e quella di poetessa.
In questi anni pubblicò le sue prime poesie, raccolte nel volume Fatalità pubblicato nel 1892. Grazie al grande successo che ottenne il libro, Ada acquistò una certa fama, e le venne attribuito dal Ministro della Repubblica Giuseppe Zanardelli il titolo di 'docenge ad honorem' presso la scuola di ordine superiore, l'Istituto Gaetano Agnesi di Milano, e si trasferì quindi con la madre nel capoluogo lombardo.


A Milano entrò in contatto con i membri del circolo socialista dove conobbe Filippo Turati, Maino, Gonzales, Mussolini e Anna Kuliscioff di cui disse poi di sentirsi sua "sorella ideale".
Nel 1894, vinse il premio Milli per la poesia. Nella sua seconda collezione di poesie, Tempeste, uscita nel 1895, affrontò temi sociali rivoluzionari espressi con un linguaggio molto moderato.
Nel 1896, sposò Federico Garlanda, un industriale tessile di Biella, da cui ebbe nel 1898 la figlia Bianca ispiratrice di molte poesie, e nel 1900 Vittoria che però morì a solo un mese di vita. Nel 1904 pubblicò Maternità e nel 1910 Dal Profondo, opere fortemente introspettive.
Pochi anni dopo però, nel 1913, i due si separarono, ed Ada si trasferì a vivere a Zurigo, in Svizzera.
Nel 1914 pubblicò Esilio, opera con evidente riferimento autobiografico.

All'inizio della Prima Guerra Mondiale rientrò in Italia e qui ebbe una travagliata esperienza sentimentale, raccontata nella raccolta di poesie Il libro di Mara, pubblicato nel 1919, libro inusuale per la società cattolica e conservatrice di quell'epoca.
Nel 1917 pubblicò una raccolta di 14 novelle Le solitarie in cui raccontò la sua visione del mondo come una semplice ragazza di campagna. L'anno seguente uscì Orazioni in cui sono raccolte alcune sue odi dedicate alla patria.
Nel 1921 pubblicò Stella mattutina, romanzo autobiografico, che riscosse molto successo tanto da essere tradotto in diverse lingue. Uscirono poi nel 1924 I canti dell'isola, un libro di poesie nel 1930 intitolato Vespertina, Finestre alte (1923) e Le strade (1926), entrambi libri di racconti, poi Di giorno in giorno, che contiene una raccolta di meditazioni sulle proprie opere, ed Erba sul sagrato (1939). L'ultima opera conosciuta di Ada negri è Oltre, pubblicato postumo, in cui l'autrice propose una sua agiografia di santa Caterina da Siena.
Nel 1931 vinse il premio Mussolini per la carriera e nel 1940 divenne membro dell'Accademia Italiana.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, per sfuggirne gli orrori, si trasferì nel '43 nella casa (ancora esistente, ndr) della figlia a Bollate, un piccolo paese dell'hinterland milanese, dove soleva meditare nell'orto di casa. Ada ricordava con nostalgia quei momenti ed in seguito intitolò proprio Orto una breve prosa scritta nel maggio 1943 a Bollate, regalata all'amica Vimercati e rimasta inedita fino agli anni '90.
Ma Bollate era troppo vicina a Milano ed ai bombardamenti, così dopo alcuni mesi, nel tentativo di trovare una maggiore serenità, si trasferì dapprima a Gajone, vicino a Parma, nella villa che fu di Paganini, e poi a Pavia. Tentativi inutili, perché anche queste due città subirono tra il 1943 e il 1944 pesanti bombardamenti alleati.
La guerra provocava in lei una tale angoscia che aveva più volte espresso la volontà che l'opera alla quale stava lavorando già a Bollate, Fons Amoris, fosse pubblicata soltanto a conflitto finito.
Non trovando la pace desiderata nell'autunno del 1944 Ada Negri decise di tornare a Milano, ma l'11 gennaio 1945 venne trovata morta all'interno del suo studio dalla figlia Bianca.
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Notturno nuziale

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:04 pm


Quando tu venisti, una notte,
verso il suo letto, al buio,
e le dicesti, piano, già sopra di lei:
Non ti vedo, non ti sento.
E la ghermisti con artiglio d'aquila,
e tutta la costringesti nella tua forza
riplasmandola in te con tal furore
ch'ella perdette il senso d'esistere.
E uno solo in due bocche fu il rantolo
e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
e dal balcone aperto la notte
guardava con l'occhio d'una sola stella rossastra,
e il sonno che seguì parve la morte,
e immoti come cadaveri
la tristezza dell'ombra vi vegliò sino all'alba.
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Il dono

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:04 pm


Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d'anno in anno da te attesi, o vita
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto), non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: "È oggi":
ad ogni giorno che tramonta io dico:
"Sarà domani". Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.
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Fine

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:05 pm


La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si disfoglia
e non sa di morire e ch'io la guardo
morire. Un dopo l'altro si distaccano
i petali; ma intatti, immacolati,
un presso l'altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi o li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cadere sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti, e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.
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La ciocca bianca

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:06 pm



De' tuoi bianchi capelli, sì leggeri
Alla carezza e pur sì folti, in uno scrigno una ciocca serbo.
Erano i miei
Scuri come la notte, allor che al capo
Tuo la recisi. Ed oggi, te cercando
In quella ciocca, sola cosa viva
Che di te mi rimanga, io mi domando
Se recisa non l'ho dalle mie tempie.
E se mi guardo entro lo specchio, e in esso
Mi smarrisco, non me, ma te ravviso,
o Madre: tua questa marmorea fronte,
piena di tempo, e immersa in una luce
ch'è già ormai d'altra terra e d'altro cielo.
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La madre

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:06 pm



Vedova, lavorò senza riposo
per la bambina sua, per quel suo bene
unico, da lo sguardo luminoso;

per essa sopportò tutte le pene,
per darle il pan si logorò la vita,
per darle il sangue si vuotò le vene. -

La bimba crebbe, come una fiorita
di rose a maggio, come una sultana,
da la materna idolatria blandita;

e così piacque a un uom quella sovrana
beltà, che al suo desio la volle avvinta,
e sposa e amante la portò lontana!...

... Batte or la pioggia dal rovaio spinta
ai vetri de la stanza solitaria
ove la madre sta, tacita, vinta:

schiude essa i labbri, quasi in cerca d'aria;
ma pensa: "La diletta ora è felice... ".
E, bianca al par di statua funeraria,
quella sparita forma benedice.
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La follia

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:07 pm



Una foglia cadde dal platano, un fruscio scosse il cuore del cipresso,
sei tu che mi chiami.
Occhi invisibili succhiellano l'ombra, s'infiggono in me come chiodi in un muro,
sei tu che mi guardi.
Mani invisibili le spalle mi toccano, verso l'acque dormenti del pozzo mi attirano,
sei tu che mi vuoi.
Su su dalle vertebre diacce con pallidi taciti brividi la follia sale al cervello,
sei tu che mi penetri.
Più non sfiorano i piedi la terra, più non pesa il corpo nell'aria, via lo porta l'oscura vertigine,
sei tu che mi travolgi, sei tu.
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Rami di pesco

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:07 pm



Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
Sotto l'aspro alternar delle ventate
Schioccanti come fruste sulle facce
Di chi va, di chi viene, una vecchietta
Vende rami di pèsco. O Primavera
Per pochi soldi! O riso, o tremolìo
Di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
Con fango e folla e strider di convogli
Sulle rotaie, e saettar nemico
D'automobili in corsa. Ecco, e in un campo
Mi trovo: è verde, di frumento a pena
Sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
Con la promessa delle fronde al sommo
Dei rami avvolti in una nebbia d'oro:
e pèschi: oh, lievi, oh, gracili, d'un rosa
che non è della terra: ch'è di tuniche
d'angeli, scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.
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Lettere

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:08 pm



Brevi erano le tue lettere, precise, tutte muscolo e nervo,
di mano più usa al compasso, alla squadra, al gesto del duro comando.
Dicevan le semplici cose con semplici nude parole;
ma due ne portavano in fine, due, sempre le stesse: "Sei mia".
E quando ella giungeva, leggendo, al termine noto,
s'abbandonava all'indietro, vuotata del sangue, morente d'amore.
Ombre violacee intorno alla socchiusa bocca, all'affilato naso
precipitoso palpito delle vene gonfiate alle tempie alla gola
cecità delle palpebre, tensione delle mascelle nel desiderio
faccia di donna agonizzante in estasi, tu non la vedesti,
nessuno la vide. Era sola.

Ora, ogni notte, la donna che più non vorrebbe esser viva
nel vuoto della sua casa che ha odore di cenere spenta
scioglie un pacco di lettere legato con un nastro nero.
E legge; e, giunta al termine ben noto che a ognuna è sigillo,
ancor s'abbandona all'indietro, vuotata del sangue, morente d'amore.
Così, dalla tomba, con dura predace potenza di sillabe scritte
tu l'imprigioni, o scomparso, tu la possiedi così.
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Anniversario

Messaggio  Anja il Mer Set 21, 2011 4:09 pm


Non chiamarmi, non dirmi nulla
Non tentare di farmi sorridere.
Oggi io sono come la belva
che si rintana per morire.

Abbassa la lampada, copri il fuoco,
che la stanza sia come una tomba.
Lascia ch'io mi rannicchi nell'angolo
con la testa sulle ginocchia.

L'ore si spengano nel silenzio.
Salga in torbide onde l'angoscia
e m'affoghi: altro non chiedo
che di perdere la conoscenza.

Ma non è dato. Quel volto,
quel riso l'ho sempre davanti.
Giorno e notte il ricordo m'è uncino
confitto nella carne viva.

Forse morire io non potrò
mai: condannata in eterno
a vegliare il mio strazio in me,
piangendo con occhi senza palpebre.
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Re: ADA NEGRI fra 800 e 900

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